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IN EVIDENZA

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Il Cedro tra desiderio e realta'
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Il
"primato della cultura" per Franco Galiano
Grande successo fa riscontrato la presentazione del nuovo libro
di FRANCO GALIANO:
" Il Cedro tra desiderio e realta' "
Grande affluenza di pubblico, partecipazione
convinta ed entusiasta di cittadini ed esponenti politici di
rilievo.
Un appassionante viaggio tra cultura mito e territorio raccontato
da colui che meglio di ogni altro conosce i segreti del "Divino Agrune",
e i suoi legami con il territorio: Franco Galiano, divenuto ormai
la massima autorita' riconosciuta sull'argomento.
"UN DELIRIO CHIAMATO AMORE"
PREFAZIONE
DELL' AUTORE
Trasformare dal di dentro la vita e il mondo per purificarsi, pentirsi
dissolvere tutte le strutture di asservimento fisico e
mentale…….Conoscere l'intero non il parziale le ragioni ultime, dare
senso all'uomo e al mondo mediante una ricerca senza fine con apertura
al mistero, permettendo un nuovo modo di radicarci sulla terra dove
quella verità che è destino nega il nulla, verità libera contro ogni
pensiero calcolante.
I poeti non sono il mondo ma vivono nel mondo, non sono la fuga dal
mondo, ma la trasformazione intima del mondo. Oltre il valore di
scambio, oltre gli imperativi del consumo, oltre il mercato e la
dittatura dei desideri, ritengono interessante essere disinteressati, in
quanto la vera arte è l' inutilità utile, capace di un costante e franco
dialogo con gli uomini, senza conformarsi a lla
mentalità dominante, creando un centro etico ed estetico propulsore di
idee innovatrici che agiscono per trasformare, migliorare l'esistente e
delegittimare ogni forma di dominio edificato per asservire l'uomo, di
fare il bene per il bene, esercitare il dono per il dono, bisogna uscire
dall'utilitarismo esasperato .
In questa post-modernità di relativismo culturale, di naufragi e di
cadute in cui è immediata la sete di bruciare l'istante e di
assolutizzare l'intensità dell'attimo, si fa strada la nostalgia del
senso perduto, la scoperta dell'altro, anzi del totalmente Altro assieme
alla ricerca di un' ultima patria dove l'eternità è compimento e viene
coniugata la speranza (unica risposta conveniente ed adeguata alla
condizione umana che può essere oscurata dalla presunzione) con la
liberazione concreta degli uomini, legati da quell'amore, che tiene
uniti oltre la morte, oltre la cenere dell'uomo.
L'uomo disperato è chi, arroccato su se stesso, si appaga del tempo e
non aspetta nulla dal futuro.
L'estrema miseria è la tranquillità, l'indifferenza, la rassegnazione o
il sentirsi sollevati dal polveroso senso del peccato e della
responsabilità, schiavi di ottiche mondane, variabili e confuse. Mai
allontanarsi, pertanto, dalle fonti genuine dell'umiltà, all'insegna
della giusta tolleranza e di quella libertà che non diviene mai
assoluta, per cui il singolare è in comune ed il comune è in singolare
reciprocità. Infine, la fragilità e la colpa, l'essere riconosciuti
piuttosto che l'avere, rendano più piena la vita!
"MAI DIMENTICARE SCALEA"
PREFAZIONE
DELL' AUTORE
Il teatro di chi scrive ha rappresentato, nelle pièces in vernacolo,
motivi e aspetti del mondo artigiano e contadino oramai scomparsi,
guardano a situazioni e problematiche di crisi proprie del nostro tempo,
per cui, in certo qual modo, si è cercato di rendere, dialetticamente,
presente (operazione ermwneutica sincronia): un teatro antropologico,
propositivo, denso di provocazioni, che, mediante lo scavo linguistico,
il recupero delle radici foniche dell' oralità e il mistilunguismo
stesso, adottato come possibile denominatore assimilabile a più culture,
ha inteso riproporre i valori della solidarietà, dell'amicizia, del
rispetto della natura, della gioia di vivere e della gioia di vivere e
della Gemeinschaft nel loro insieme, unitamente alla riscoperta della
religiosità, quale categoria forte e radicata nell'uomo, fino
all'utilizzo di concetti limite e chiave del sacro e dell'assunto
teologico. su tela linea di continuità esistenziale per richiami e
suggestioni letterarie si pone Mai dimenticare Scalea!, un testo
destinato sia alla letteratura sia alla rappresentazione teatrale, in
nuove modalità di coinvolgimento e di provocazione tra scena e platea,
dove lo spettatore (in un contesto di crisi globale) è chiamato a
reagire, a scegliere, a dare un senso alla propria vita contro il flusso
della contemporanea e cinica deriva nichilistica e contro tutte quelle
società chiuse che possono assumere carattere fondamentalistico e
regressivo.....
E' un teatro della narrazione, questo, che punta al recupero della
narrazione, questo, che punta al recupero della oralità, cui attribuisce
un valore memoriale e rievocativo, quasi una terapia di resistenza al
declino e al nulla, in una civiltà dominata dall'informazione e dalla
tecnica: un teatro di idee e di parole, anzi di densita della parola, ma
senza eccesso alcuno di sperimentalismo (d'altronde a partire dagli anni
ottanta si è assistito ad un ritorno alla parola anche da parte di tante
avanguardie), ma non teatro naturalista (con i soliti condizionamenti
ereditari ed economici) nè borghese o salottiere, dove i personaggi si
torturano l'un l'altro per strapparsi di dosso la maschera del
conformismo e dell'ipocrisia, per scoprire quella identità che nei miei
testi viene invece cercata a ricostruita dai personaggi mediante un
confronto e un dialogo interculturale, aperto all' ascolto, dove ognuno
riconosce i propri limiti e non assolutizza le proprie convinzioni su
tematiche quali destino, provvidenza, liberta, tolleranza, senso della
storia, immersi in un'aura di stranimento metafisico o in una sindrome
lirica, dove il coro diviene riflessione e commento, costituendo una
vera e propria azione teatrale come nel dramma greco.
Teatro utopistico anche nel senso di poter realizzare il possibile, di
poter migliorare la realtà attorno a sè, ribellandosi (come nella pièce
Magaròse), per offrire olisticamente a tutti i membri della comunità una
soluzione alla sfida dell'esistenza ed in senso lato per contestare
un'anticultura di marca occidentale, che ha generato una società
incapace di proteggere i perdenti e di aiutare concretamente i deboli,
dando diritto di vita e di cittadinanza solo ai più efficienti, non
riuscendo ancora a saper utilizzare le risorse del diverso.
Franco Galiano
www.francogaliano.it
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